A.S.D.  
    Lo spadaio e la forgia
 

Data la considerazione che aveva in seno alla società giapponese, non meraviglierà se la figura del fabbro o Kaji fosse (ed è tutt’oggi) ritenuta di tutto rispetto, al pari di un sacerdote shinto.

Tale era considerato infatti il forgiatore di spade, al quale per poter esercitare veniva richiesta una condotta di vita morigerata molto più vicina a quella religiosa che non a quella propria di un semplice artigiano.

Egli era sempre figlio d’arte o discepolo di un affermato e riconosciuto maestro spadaio,  dal quale riceveva i segreti della scuola soltanto dopo una vita di dedizione.

Alcuni giorni prima della lavorazione di una lama , egli doveva astenersi da qualunque atto che potesse nuocere alla integrità del suo spirito, mentre durante l’opera di forgiatura era d’obbligo il vestito cerimoniale bianco cui veniva abbinato un copricapo laccato in puro stile shinto 

 

 

Prima di entrare nella fucina con i suoi collaboratori, venivano eseguiti riti atti a dissolvere eventuali presenze avverse dal luogo deputato alla creazione dell’opera, cosicché il posto si riconfermava sacro e pronto per accogliere il connubio tecnico- mistico dell’evento.

L’elemento principale per una buona riuscita del lavoro, era la particolare disposizione interiore del kaji, che oltre alla propria esperienza manuale, doveva far riferimento ad una sorta di abilità istintiva detta kan, mediante la quale egli era messo in grado di attingere alle energie di natura divina che presenziavano l’intero operato.

Si racconta che uno scienziato tedesco prima della seconda guerra mondiale, tornando da una visita in Giappone portasse con se alcuni katana con il preciso intento di studiarne la composizione acciaiosa delle loro lame, per poi tentarne la riproduzione in laboratorio.

L’analisi fu agevole, come pure la fabbricazione, ma i risultati che vennero ottenuti furono comunque molto deludenti.

A quelle lame mancava quella mediazione alchemica che il fabbro spadaio giapponese esplicava nella sua rozza fucina, elemento essenziale per far assurgere le lame da semplici manufatti di ordinaria produzione ad opere di estrema bellezza e purezza.

Lo spirito del kaji influiva sulla natura intrinseca della spada che fabbricava, tanto da renderla un ’oggetto pregiato o, come in taluni casi, inavvicinabile.

Viene alla mente il caso del grande spadaio Senzo Muramasa, vissuto nella prima metà del 1300 d.C. il quale irascibile e tendente alla pazzia, sembra trasfondesse nelle sue lame questo aspetto del suo carattere.

Come risultato le sue opere erano ritenute “assetate di sangue” e talmente funeste da indurre il proprio possessore all’omicidio o al suicidio.

Tra i più noti personaggi che ne fecero le spese, ci fu lo shogun Ieyasu Tokugawa che mentre esaminava una di queste lame rimase ferito e ciò contribuì non poco ad alimentare la cattiva nomea che si erano fatte.

A suggello di tale credenza, non si può non tener presente la morte dello stesso Muramasa, trovato tagliato in due nella sua fucina vicino ad una delle sue creazioni.

Ovviamente la superstizione che creava spade indegne, si preoccupava di generare anche lame apportatrici di felicità e longevità, le cosiddette hin ken.

Tra il 1200 e 1300, il Giappone conobbe i maggiori maestri spadai della sua storia, le lame di questo periodo, conosciuto come Koto o della “spada antica” (dal 794 al1596), si possono ritenere tra le più preziose e mai più eguagliate in perfezione.

Le spade forgiate dopo il 1600 sono appartenenti al periodo detto della “spada nuova” o Shinto, la cui durata fu di circa un secolo, nel corso del quale la produzione pur non evolvendo in qualità si arricchì di elementi decorativi ed accessori.

Non bisogna pensare però che la produzione spadaia dei primi periodi fosse relegata alla assoluta competenza di pochi fabbri eccelsi e perfezionisti di tale nobile arte.

Le procedure di fabbricazione sofisticate erano riservate solo ai lavori commissionati da personalità di alto rango, il grosso della produzione avveniva con modalità più vicine alla catena di montaggio che non a quelle della creazione artistica.

Da qui l’aumento del numero dei lavoranti apprendisti nelle fucine ed il conseguente deterioramento della qualità della tradizione spadaia, che già nel 1700 aveva perduto gran parte dei suoi preziosi segreti.

Con l’esaurirsi delle guerre civili, sotto il periodo Tokugawa la produzione conobbe un calo sensibile ma non cessò mai del tutto, neanche in tempi relativamente recenti.

L’arco di tempo che va dal 1700 ai giorni nostri è conosciuto come periodo Shin Shinto o della “spada recente”.

La creazione di una lama passa per diverse fasi: la prima è quella della plasmatura “a caldo” del metallo nota come Kitae o forgiatura, poi si arriva ad una prima sagomatura chiamata Sunobe  e ad improntare la curvatura caratteristica della sciabola o Hizukuri per giungere alla tempratura detta Yaki modoshi vera e propria arte nell’arte ed infine la politura e lucidatura del finito, rispettivamente Togi e Migaki.

Ogni spadaio adottava metodi personali perlopiù empirici, coadiuvato da allievi assistenti che erano deputati al lavoro più grossolano sul prodotto come la martellatura.

La base metallica era frutto della fusione di sabbia ferrosa e di carbone di bosco in un forno chiamato Tatara.

Il ferro acciaioso così ottenuto detto Kera,  era ripartito in “pani” detti Tamahagane i quali venivano battuti e ripiegati a caldo su se stessi più volte.

 Piegatura e martellatura consentivano di togliere le impurità dal metallo e di gestire il tenore di carbonio nella lama e quindi la sua durezza come acciaio.

In tal modo si ottenevano compensati metallici di acciaio multistrato che potevano raggiungere spessore molecolare, e a seconda della loro collocazione in seno al panetto si poteva intervenire sulla robustezza ed elasticità del prodotto finale.

Questo modo di aggregare la materia ed il successivo processo di elaborazione portava alla differenziazione delle varie scuole, le quali avevano ognuna i propri metodi e i loro segreti..

 

 

 

 Nel corso della forgiatura, il kaji correggeva la curvatura della sbarra (sunobe) mediante l’uso di appositi calibri.

Di estrema importanza era la tempratura, processo che consiste nel controllare il raffreddamento del metallo portato ad incandescenza, mediante immersione in acqua.

La lama doveva esser trattata in modo differenziato a seconda delle caratteristiche  fisico-meccaniche delle sue parti, in quanto tale procedimento avrebbe influenzato la durezza o l’elasticità dei materiali in lavorazione.

Essa veniva effettuata personalmente dal kaji  poiché era determinante per la buona riuscita della spada e ovviamente l’elemento fondamentale era rappresentato dalle caratteristiche chimiche dell’acqua.

Le condizioni del bagno di tempra erano uno dei segreti del mastro spadaio, tanto che il grande Goro Masamune arrivò a tagliare di netto la mano ad un suo allievo che ebbe l’impertinenza di saggiare col dito la temperatura del liquido.

Essendo il metallo temprato durissimo ma assai fragile alle torsioni, bisognava interessare a tale processo solo alcune zone particolari della lama, come il filo, la punta e a volte il dorso.

A tale scopo, il resto del corpo della lama, veniva ricoperto con una fanghiglia  arenario-argillosa detta Yakibatsuchi molto aderente e termicamente isolante.

Questa miscela permetteva che l’escursione termica della lama in acqua, avvenisse in modo differenziato, diversificando per durezza ed elasticità le zone protette da quelle non protette.

Ciò dava modo di formare nella lama una zona di massima tenacia  e resistenza agli urti, quella cioè corrispondente al filo (Hasaki) e alle sue immediate vicinanze (Yakiba).

Il tenore della tempra andava decrescendo verso la linea mediana del piatto lamare evidenziando un livello dall’aspetto satinato e con caratteristiche note in metallurgia come “martensitiche”.

La zona superiore si presentava invece con caratteristiche chiamate “perlitiche” ( dall’aspetto perlaceo del metallo) le quali dopo la politura davano luogo ad una superficie perfettamente specchiata.

 Il prodotto grezzo già modellato e temprato passava poi alla fase di politura o Togi mediante raschiatura su particolari pietre a grana sempre più fina.

La fase finale del Togi si effettuava al contrario, con pietre da passare sulla lama aventi una grana finissima e specifiche per le varie zone del piatto.

Per ottenere la specchiatura dello shinoji si interveniva sfregando sulla parte da trattare, delle asticelle di acciaio durissimo con l’ausilio di una polvere lubrificante 

              

      

 
 
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