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È già molto tempo che cammino sul
sentiero dell’aikido, ed ogni anno che passa ho la strana sensazione di
averlo praticato in modo non sufficientemente adeguato.
Questo senso di incompiutezza, sembra
essere una costante per chiunque pratichi budo o una qualsiasi forma
d’arte e probabilmente da luogo a quella giusta tensione creativa, senza
la quale non si potrebbe concretizzare alcun processo espressivo.
Ciascuno di noi, credo, prendendo la
fatidica decisione di intraprendere lo studio dell’aikido, lo ha fa in
preda ad una propria aspettativa od una necessità particolare.
C’è chi frustrato dalle proprie
capacità fisiche, vuole che gli venga insegnato un metodo di difesa
personale efficace e, perché no, anche di una certa eleganza formale, chi
invece lo vede come uno dei tanti sistemi esotici d’integrazione
psico-fisica, una sorta di yoga in movimento, alcuni, delusi da altre
esperienze “marziali”, vedono nell’aikido una sorta di ultima spiaggia,
ecc…
Tutti, chi più chi meno, ad un certo
punto della pratica, cozziamo però contro la sana frustrazione delle
rispettive aspettative e le reazioni a tale evento sono multiformi.
I più risolvono il problema, riponendo
nel fondo di un armadio il bianco keikogi, veramente troppo pesante e
ruvido, per chi nel proprio intimo stravede per il tennis.
Perfino i più imperterriti
aspiranti guerrieri o santoni, alla fine si vedono costretti a ricondurre
i loro sogni presso spiagge più sicure o comunque più rassicuranti.
Chi rimane lo fa in ragione di una
strana sensazione che gli nasce dal profondo, difficilmente identificabile
ma che scaturisce indiscutibilmente da un fascino particolare proprio
della disciplina.
Se non si rimane vittime di tale
fascino, difficilmente si riuscirà a sopportare la durezza degli
allenamenti e le estenuanti crisi cui l’aikido sottopone i suoi adepti.
La crisi iniziale non è che la prima
di molte nel corso della pratica, da molti taciute, da altri accusate, ma
da tutti vissute anche se in modo diverso.
La natura multiforme dell’aikido, non
smetterà mai di tormentare i suoi praticanti e più loro opporranno il
proprio Io, più essa si adopererà a smontarlo pezzo dopo pezzo.
Questa continua demolizione a lungo
andare formerà una nuova impostazione mentale dell’allievo, che non si
troverà più nella posizione di richiedente ma di ricevente.
Egli imparerà ad aprirsi e non più a
creare barriere tra se stesso e ciò che la pratica ha da insegnare.
Il tentativo di piegare l’aikido ai
propri scopi è destinato al fallimento.
Passerà da momenti di esaltazione, a
quelli di vera e propria prostrazione, per poi tornare alla piena
soddisfazione e poi giù ancora nel baratro del dubbio e dell’incertezza.
Quella tecnica, quel movimento
ripetuto per anni con tranquilla sicurezza, sembrerà improvvisamente
impossibile da applicare o pieno di particolari che prima non riuscivamo a
vedere.
Niente paura, fa tutto parte del gioco,
è un copione già recitato da chi ci ha preceduto e che attende chi ci
seguirà.
Dopo ogni stallo, ogni crisi, ci si
ritroverà più maturi e si avrà compreso quel qualcosa che mancava al
nostro aikido, a noi stessi.
Non si pretenderà più
l’invincibilità, perché si capirà che non esiste, ne ci si sentirà
frustrati se si vedrà la propria sospirata “illuminazione” allontanarsi
col progredire nella disciplina, perché ciò significherà maturazione
personale.
L’aikido, per come l’ho percepito, è
un processo dove ogni persona è posta in grado di operare una propria
trasformazione interiore, tramite l’ausilio di una tecnica molto
sofisticata.
Ed anche se tale tecnica è uguale
per tutti, il ricavarne qualcosa di prezioso, sarà frutto di un lavoro
assolutamente individuale poiché indissolubilmente legato all’ interiorità
del praticante.
Si è padroni solo di ciò che si vive
ed esperisce in prima persona, col corpo e con la mente, direttamente,
senza mediazioni.
L’altrui conoscenza non ci
apparterrà mai, perché mai potremmo far nostre le esperienze di un altro
essere umano, ma avrà il valore di indicarci la strada da seguire.
Tale è il compito del maestro, il
quale non é in grado di regalare la sua conoscenza, ma “solo” di
indirizzare l’allievo verso la propria.
Caro principiante l’aikido è una via,
ma questa di per se, non garantisce alcun traguardo se chi la percorre non
sa cogliere gli insegnamenti in modo attivo e porli in essere su se
stesso.
Eppoi c’è da dire che il senso della
nostra ricerca, non è nella meta ma nel cammino fatto e da affrontare per
giungerci, il fine del viaggio è il viaggiare stesso e non l’arrivare.
Il trucco è andare avanti con la
giusta dose di serenità, senza scoraggiarsi troppo, ma cercando di
cogliere sempre il messaggio che simili ritmi contengono.
Il solito vecchio saggio, diceva
giusto quando scriveva: “Scava il tuo laghetto senza preoccuparti della
luna, quando il laghetto sarà pronto la luna verrà da sola”.
Gli aneddoti del budo, ricordano
continuamente queste provocazioni.
Esse sono parte fondante
dell’insegnamento, senza le quali esso sarebbe solo un apprendere forme
senza contenuto, ossia il niente,
C’è sempre chi si accontenta di
questo, l’aikidoka non lo faccia mai!
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