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Purtroppo la capacità di difendersi ad
ogni suo livello, è stata e sempre sarà uno dei aspetti del nostro
esistere se partiamo dai rapporti interpersonali che caratterizzano la
vita quotidiana di ciascuno, fino allo scontro armato.
In fin dei conti, quella della difesa
dall’ambiente esterno in tutti i suoi aspetti: dalle intemperie, alle
belve, fino ai propri simili, può essere considerata uno delle necessità
fondamentali della vita, insieme al mangiare, al bere e il riprodursi.
Che la cosa possa interessarci o meno a
seconda delle abitudini e condizioni di vita o per specifiche esigenze
professionali, l’importanza del problema si propone continuamente, quasi
sempre indirettamente ma a volte vivendola in prima persona ed è sempre
un’esperienza scottante.
Le vittime della violenza porteranno in
loro per sempre il marchio di tale esperienza, ed è per queste persone che
è giusto chiarire le cose per quanto concerne le effettive possibilità di
risoluzione a proprio favore di un evento acuto di aggressione.
È semplicemente per voglia e amor di
chiarezza che mi accingo ad affrontare questo argomento, ben consapevole
di addentrarmi in una delle problematiche tra le più dibattute e
controverse che interessano il mondo delle arti marziali e dell’aikido in
particolar modo.
Molto si disquisisce sulle potenzialità
effettive dei vari metodi di combattimento al di fuori della loro
applicazione ludico-sportiva e ciò che emerge da tali discussioni di
solito non sono che delle mere prese di posizione a favore di questo o
quel sistema a discapito di altri.
Campanilismi a parte, il problema, se di
problema si vuol parlare, non può e non deve essere affrontato stazionando
entro gli esigui recinti di un qualsivoglia stile o scuola di arti
marziali.
È altresì veritiero, che alcuni metodi
più di altri, sono specificatamente studiati per la risoluzione pratica
delle problematiche legate all’aggressione da strada, ma ciò non deve
rappresentare una discriminante.
Ben venga il luogo comune che non sia lo
stile praticato ma la preparazione tecnica, unitamente alla presenza di
spirito del praticante a determinare l’efficacia di una reazione
autodifensiva.
La questione si estende quindi su di
un’altra prospettiva, che va coprire degli aspetti più generali quali: le
implicazioni psicologiche, etico morali e legali associate alla difesa
personale, prescindendo cioè dalla presunta efficacia formale dello stile
applicato.
Fermo restando il bagaglio tecnico
acquisito, quello che fa la differenza è senza dubbio la determinazione
dell’individuo, ossia la sua capacità reattiva all’evento.
Tale fattore è certamente correlato
all’intensità dell’allenamento individuale, in quanto è fuor di dubbio,
che più si è preparati a fronteggiare un’emergenza, più le possibilità di
risolverla a proprio vantaggio saranno alte, ma detto allenamento deve
poter sviluppare la prontezza di spirito necessaria affinché tutto il
bagaglio tecnico di cui si dispone possa essere reso fruibile all’istante
senza esitazioni.
Nel contesto di una aggressione
corporale, quasi sempre preceduta da una verbale di approccio alla
potenziale vittima, si scatena nell’aggredito una sintomatologia
importante dettata dall’afflusso adrenalinico nel sangue alla quale, se
non si è abituati, sarà molto difficile porre rimedio.
La difesa personale è una "questione di
tempo", più questo passa meno possibilità di uscirne illesi ci saranno e
rimanere bloccati pur sapendo cosa si potrebbe fare, non può rappresentare
la più idilliaca delle circostanze.
Vittime dello stress ormonale possono
cadere anche i veterani delle arti marziali, esperti solo a fronteggiare
le aggressioni simulate nei luoghi d’allenamento, ma assolutamente
inadeguati al combattimento da strada, dove le implicazioni psicologiche
ed emotive sono di gran lunga più coinvolgenti.
Ammettendo di riuscire a risolvere il
problema psico-somatico ed essere in grado di rispondere fulmineamente a
qualsiasi tipo di approccio violento nei nostri confronti, subito si pone
un altro quesito: di quale entità deve essere la nostra risposta?
Da un punto di vista strettamente
legale, il codice ci dice che la risposta deve essere "adeguata"
all’offesa subita, ossia se ricevo un insulto non posso uccidere il mio
interlocutore, ma se questi tentasse di affondare una lama nel mio stomaco
o in quello di un mio caro, sarei giustificato ad ucciderlo?
Ovviamente nessun giudice potrà mai
avvallare un omicidio, anche se per estrema difesa personale, ma qui il
problema è un altro: quando si è vittima di un’aggressione "la questione è
SEMPRE di vita o di morte" poiché non si è quasi mai nella condizione di
sapere con chi si ha che fare e nessuno mai potrà garantire o stabilire le
conseguenze di una azione violenta sulla nostra persona.
Eccoci quindi arrivati al fatidico nodo,
la difesa personale per essere efficace, deve essere allenata nel corpo
come nella mente, ma come ci poniamo sul piano puramente morale, se
l’assunto testè citato ci sovrasta inesorabilmente come una spada di
Damocle?
Per quanto concerne l’aikido, la
risposta è chiara: bisogna neutralizzare l’attacco rispettando
l’incolumità fisica e (udite, udite!) morale dell’aggressore, che nel
subire la nostra reazione potrà ricavarne un insegnamento ed avere la
possibilità di ravvedersi e su questo il fondatore sembra sia stato
abbastanza esplicito.
Ma quanti di noi se la sentirebbero di
"educare" un teppista, il cui unico scopo della sua vita è di fracassarci
la testa solo perché disturbato dal colore dei nostri capelli?
Ed è poi vero che l’energumeno, una
volta "graziato" non si riproponga al nostro "insegnamento" più
imbestialito di prima, ben intenzionato a non cascarci una seconda volta?
A dire il vero, quello dell’aikido è una
conclusione che si pone a metà strada tra due estremismi, che vedono da un
lato il "vendere cara la pelle" e dall’altro "puoi anche uccidermi ma io
non userò mai violenza contro di te!" di chiara ispirazione gandhiana.
Ora mentre la prima opzione incontrerà
il favore dei più, altrettanto sicuramente pochi saranno quegli adepti che
preferiranno immolarsi in nome della seppur nobile non violenza a tutti i
costi.
Ovviamente per quest’ultime anime
illuminate il problema della difesa è risolto alla radice, non esistendo
un problema della difesa, mentre per i comuni mortali rimane la carta
aikido o quella Rambo da tener presenti.
Anche se l’idea stessa di difesa è
aborrita dall’aikido, in quanto implica la negazione della volontà di
unione con l’altro, è indubbio che il suo assetto formale può facilmente
essere adottato come efficace sistema autodifensivo, che può arrivare
anche alle estreme conseguenze.
Ovvio che qualsiasi stralcio alle
finalità dell’arte, renderanno questa tutt’altra cosa e quindi bisognerà
sempre vigilare affinché le due sponde siano sempre distinguibili.
L’aikido, prima che un’arte marziale, è
un sistema che si propone di educare l’uomo alla relazione con il mondo
esterno e quindi con i suoi simili, secondo il principio dell’armonia e
questo abolendo qualsiasi forma di contrasto per far valere i propri punti
di vista e per essere all’altezza di tali presupposti, il praticante non
può contravvenire in nessuna maniera a tale fondamento in quanto
semplicemente non farebbe più aikido (essere un millimetro fuori della
via, non è più la via!).
Non è solo questione di forma, in quanto
esteriormente potrà essere identica, ma è principalmente l’assetto morale
che può fare di un’azione un’azione di aikido o di qualcos’altro.
Ci si può difendere con l’aikido, anzi è
doveroso, e quando lo si fa bisogna dare il massimo in determinazione, in
quanto la propria incolumità è preziosa e sacra (con tutto il rispetto per
Gandhi !) come quella del prossimo, cercando quindi di non oltrepassare i
paletti morali che tale disciplina impone.
Di rigore a questo punto, una
ragionevole osservazione, in merito alla sincerità di chi si propone
all’insegnamento di metodi di difesa personale, aikido compreso, a terze
persone aventi la necessità di imparare a difendersi per i motivi più
disparati.
Qui la cosa si fa spinosa, anche perché
molto spesso i metodi che vengono offerti sono fumo negli occhi per gli
incauti avventori, che magari si illudono veramente di acquisire una
inossidabile capacità autodifensiva con il frequentare tali corsi.
Le varie arti marziali sono discipline
molto complesse e variegate che necessitano di anni di studio e quindi mal
si adattano ad essere circoscritte in brevi lezioni riassuntive, fermo
restando che la finalità di tali discipline non è nell’insegnare a
combattere ma nel far capire come vivere meglio nel mondo che ci circonda.
Chi si propone di insegnare la difesa
personale alla marines, tanto per intenderci, all’impiegato maltrattato o
alla casalinga frustrata, deve farlo con la dovuta competenza e sincerità
di intenti.
Lo studio di tutta una serie di regole
atte ad evitare od inibire un’aggressione, deve introdurre l’interessato
al problema e portare all’accettazione che lo scontro fisico è solo
l’ultima possibilità alla quale ricorrere.
La prevenzione è il substrato ideale sul
quale qualsiasi metodologia deve muoversi, ignorare tale importante
fattore nell’autodifesa significherebbe cacciarsi nei guai
inopportunamente, con serie conseguenze per l’incolumità propria e degli
altri.
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